GABRIELE D'ANNUNZIO

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Gabriele_DAnnunzio_before_1938_-_Archivi

 

 

Oggi l'Abruzzo va molto fiero di un suo poeta ancora vivo, Gabriele D'Annunzio. ...Queste montagne così severe ed austere e... D'Annunzio! Sembra impossibile immaginarli insieme, ma sotto la roccia si nasconde il fuoco e dietro le montagne trovano riparo profumate valli. E se passione e dolcezza non riassumono tutto ciò che possiede questo giovane contemporaneo, allora aggiungiamo che egli è di Pescara. D'Annunzio prova un grande amore per la sua terra natia , ed i suoi concittadini sono orgogliosi del loro poeta verso cui non avanzano nessuna critica. L'altro anno, a Chieti, lo festeggiarono assieme al loro grande pittore Michetti; e se oggi esistesse ancora qualcosa di simile all'Incoronazione sul Campidoglio, sono certa che una folla di gente proveniente dalle montagne e dalla costa si precipiterebbe a Roma per verificare se l'alloro da mettere sulla fronte del loro poeta sia ben intrecciato ed abbastanza fitto. In Abruzzo le opere di D'Annunzio vengono rappresentate persino nei piccoli teatri, specialmente quelle ambientate in questa terra: "La fiaccola sotto il moggio" e "La figlia di Jorio"; durante una serata in cui a Sulmona venne rappresentato un lavoro di D'Annunzio nel piccolo teatro "Ovidio", costruito in legno, gli applausi furono talmente fragorosi da indurre che l'edificio potesse crollare.

Anne Macdonell 1907 "In the Abruzzi"

 

Gabriele D'Annunzio rappresenta uno dei simboli e dei personaggi più importanti del panorama abruzzese. Il suo rapporto con i luoghi e con le persone in Abruzzo è stato un importante legame storico per la regione.

La casa natale di D'Annunzio, ove il poeta nacque il 12 marzo del 1863 e trascorse i suoi primi anni di vita, si trova a Pescara; esso fu dichiarato Monumento Nazionale nel 1927 ed è oggi un museo visitabile.

In Abruzzo molti luoghi hanno avuto un forte impatto sul poeta; tra questi l'Eremo dannunziano (CH), dove egli trascorse l'estate del 1889 con l'amante Barbara Leoni. D'Annunzio ha avuto sempre una forte ispirazione dalla Costa Dei Trabocchi: oltre alla sua bellezza, ammirava il senso di storia e di vita che essa trasmetteva. Così descrisse il Trabocco Turchino nel Trionfo della morte (1894):

<<per gli scogli, perigliosamente ma difettosamente, respirando l’odore delle alghe>>; <<Le due maggiori antenne verticali, sostenute alla base da piuoli di tutte le grossezze, s’intersecavano s’intralciavano congiunti tra di loro per mezzo di chiodi enormi, stretti da fili di ferro e da funi, rinforzati con mille ingegni contro le ire del mare. Due altre antenne, orizzontali, tagliavano in croce quelle e si protendevano come bompressi, di là dalla scogliera, su l’acqua profonda e pescosa. Alle estremità forcute delle quattro antenne pendevano le carrucole con i canapi corrispondenti agli angoli della rete quadrata. Altri canapi passavano per altre carrucole in cima a travi minori; fin negli scogli più lontani eran conficcati pali a sostegno dei cordami di rinforzo; innumerevoli assicelle erano inchiodate su per i tronchi a confortarne i punti deboli. La lunga e pertinace lotta contro la furia e l’insidia del flutto pareva scritta su la gran carcassa per mezzo di quei nodi, di quei chiodi, di quegli ordigni. La macchina pareva vivere d’una vita propria, avere un’aria e una effigie di corpo animato. Il legno esposto per anni e anni al sole, alla pioggia, alla raffica, mostrava tutte le fibre, metteva fuori tutte le sue asprezze e tutti i suoi nocchi, rivelava tutte le particolarità resistenti della sua struttura, si sfaldava, si consumava, si faceva candido come una tibia o lucido come l’argento o grigiastro come la selce, acquistava un carattere e una significazione speciali, un’impronta distinta come quella d’una persona su cui la vecchiaia e la sofferenza avesser compiuto la loro opera crudele>>.

Altri posti molto cari al D'Annunzio furono il Convento Michetti a Francavilla al Mare (CH), un luogo di grandi incontri tra persone di spicco del panorama abruzzese e non solo, e l'Abbazia di San Clemente a Casauria (PE), che il poeta citò in diverse opere, tra le quali il Trionfo della morte: <<scendevano, egli e Demetrio, giù per un tratturo verso l’abbazia che ancora gli alberi nascondevano. Un sentimento di santità primitiva eravi ancor diffuso, quasi che di recente l’erbe e le pietre fossero state premute da una lunga migrazione di greggi patriarcali cercanti l’orizzonte marittimo. In fondo, nel piano, appariva la basilica: quasi una rovina. Tutto il suolo a torno era ingombro di macerie e di sterpi; frammenti di pietra scolpita erano ammucchiati contro i pilastri; da tutte le fenditure pendevano erbe selvagge>>.

Numerosi altri luoghi abruzzesi hanno fatto da sfondo ai racconti dello scrittore. Basti pensare alle Grotte del Cavallone (CH) e alle Gole del Sagittario (AQ), dove furono ambientate due tragedie, rispettivamente La fiaccola sotto il moggio (1905) e La Figlia di Iorio (1904).

Il rapporto tra D'Annunzio e l'Abruzzo si evince bene in alcuni componimenti poetici. La natura e l'umanità abruzzesi regalavano tanta serenità al poeta, come si può osservare leggendo queste due poesie:

 

Ex Imo Corde.

Al mio fiero Abruzzo

<<Mentre a 'l bel sole de 'l novello aprile

rîdono e terra e mare,

e fra' capelli uno zefiro gentile

mi sento folleggiare,

 

da questa balza che s'eleva ardita

ti guardo, o Sannio mio,

e in cor mi sento rifiorir la vita

con ardente disìo.

 

Via per l'azzurro tuo ciel radiante

volano i miei pensieri

sì come una fugace e gorgheggiante

torma d'augelli neri;

 

e le vigili strofe intorno intorno

mi guidano una danza,

le strofe ch'io con tanto amore adorno,

che son la mia speranza.

 

Ah sì, le calme de 'l tuo ciel divine

mi fecero poeta,

i sorrisi d'un mar senza confine

là tra la mia pineta:

 

tra la pineta mia dov'ho passati

i momenti più belli,

dove ho goduti i miei sogni dorati

i canti de li uccelli;

 

dov'io disteso su l'erbetta molle

mille volte piangendo

ho mirato il sol che dietro a 'l colle

si nascondea fulgendo,

 

o un nuvolo leggero e luminoso

natante via pe 'l cielo

ne l'ampio plenilunio silenzioso

come un argenteo velo;

 

dove ho provate voluttà sì strane

i murmuri ascoltando

de' vecchi pini, a cui da lunge un cane

rispondea latrando,

 

o la solenne musica de l'onde

che increspandosi appena

venian soavi a le ricurve sponde

a ribaciar l'arena...

 

E con serene ebrezze la speranza

ne 'l core mi fioria,

mentre i sogni superbi con baldanza

puërile inseguia...

 

I miei sogni di gloria e libertate

per l'azzurro fuggenti

come una schiera di fanciulle alate

o di meteore ardenti!...

 

Or co' giovini mandorli fioriti

a 'l sol rïaprono l'ale

gli entusïasmi splendidi sopiti

ne l'inverno glaciale,

 

e ti mando un saluto, o Sannio fiero,

senza nube d'affanni

con tutto il foco prepotente a altero

de' miei diciassett'anni!...

Veggo di qui le tue selvagge vette

radïanti di neve,

da cui si slancian simili a saette

l'aquile a l'aer lieve,

 

e la verde pianura co' giardini

cui sorridono i fiori

che ne' vesperi rossi e ne' mattini

intrecciano gli amori.

 

Veggo i lavacri de 'l mio bel Pescara,

immane angue d'argento,

co' i salci e i pioppi giù ne l'acqua chiara

inchinantisi a 'l vento,

 

con le crete de gli argini fiammanti

d'una follìa di gialli

che dànno a l'acqua tripudî abbaglianti,

splendori di metalli;

 

e là giù in fondo i colli di Spoltore

sorrisi da gli olivi,

dove le donne cantando d'amore

vanno a stormi giulivi....

 

Con quale ebrezza su' tuoi lieti piani

sorvolo galoppando

a un'incognita mèta, i più lontani

orizzonti agognando,

 

sì come ne gli orrori de 'l deserto

il fiero beduino

tutto di bianco caffetan coperto

galoppa a 'l suo destino!...

 

Prendi! da l'imo de 'l mio giovin cuore

questo canto t'invio

o patria bella, o mio divino amore,

o vecchio Sannio mio!>>

(in Primo Vere, libro primo, 1879; poi in Canto Novo, 1882);

 

Sogni di terre lontane.

I pastori

<<Settembre, andiamo. E’ tempo di migrare.

Ora in terra d’Abruzzi i miei pastori

lascian gli stazzi e vanno verso il mare:

scendono all’Adriatico selvaggio

che verde è come i pascoli dei monti.

 

Han bevuto profondamente ai fonti

alpestri, che sapor d’acqua natía

rimanga ne’ cuori esuli a conforto,

che lungo illuda la lor sete in via.

Rinnovato hanno verga d’avellano.

 

E vanno pel tratturo antico al piano,

quasi per un erbal fiume silente,

su le vestigia degli antichi padri.

O voce di colui che primamente

conosce il tremolar della marina!

 

Ora lungh’esso il litoral cammina

la greggia. Senza mutamento è l’aria.

Il sole imbionda sì la viva lana

che quasi dalla sabbia non divaria.

Isciacquío, calpestío, dolci romori.

 

Ah perché non son io co’ miei pastori?>>

(in Laudi, Alcyone, 1903).

 

D'Annunzio si interessò anche all'arte abruzzese. Sempre nel Tronfo della morte descrisse così la presentosa: <<Portava agli orecchi due grevi cerchi d’oro e sul petto la presentosa: una grande stella di filigrana con in mezzo due cuori>>.

- Andiamo.

La vita della Nemica era ancóra nelle sue mani. Egli poteva ancóra distruggerla. Gittò intorno uno sguardo rapido. Un gran silenzio dominava la collina e la spiaggia; sul Trabocco i pescatori taciturni vigilavano la rete.

- Andiamo - ripetè sorridendo. - Coraggio!

- No, no! Mai più!

- Restiamo qui, allora.

- No. Dà una voce agli uomini del Trabocco.

- Ma rideranno.

- Ebbene, li chiamo io stessa.

- Ma, se tu non hai paura e non mi afferri come dianzi, basto io a portarti.

- No, no. Voglio esser portata con la cannizza.

Ella era così risoluta che Giorgio cedette. Levandosi in piedi su lo scoglio e facendo tromba alla bocca con le mani, chiamò uno dei figliuoli di Turchino.

- Daniele! Daniele!

Al richiamo iterato, uno dei pescatori si distaccò dall'argano, passò il ponticello, discese tra i massi e si mise a correre lungo la riva.

- Daniele! Vieni con la cannizza!

L'uomo udì, tornò indietro; si diresse verso certe zattere di canne insieme congiunte in forma d'un sistro, che giacevano su la ghiaia al sole aspettando la stagione propizia alla pesca delle seppie. Ne trascinò una nell'acqua, vi saltò sopra e, puntando una lunga pertica, la mosse verso lo Scoglio di Fuori.

"Il tronfo della morte", Gabriele d'Annunzio.

                               Fonte:Abruzzo forte e gentile 95